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SPECIALE MARZO 5Dieci donne si raccontano per lasciare una traccia di sé. Paola Martucci / Cinzia Petrignano

 Circondata dalla natura Paola Martucci ha tutto quello che le serve

Paola MartucciTerza di quattro figlie, ho vissuto fin da bambina tra sorelle, zie, cugine e nonne, in un mondo quasi tutto al femminile, imparando ad apprezzarne la profondità e la meravigliosa complessità. Non mi è mai sembrato che l’essere donna potesse costituire un problema fino a quando non ho cercato di conciliare la maternità con il lavoro autonomo: è lì che mi sono arresa, piombando in una precarietà lavorativa dalla quale temo non uscirò mai più. Ma potrò sempre dire che ne sia valsa la pena. Ho sempre letto molto e studiato con piacere. Mi sono laureata in economia, ma pensavo di avere sbagliato indirizzo di studi fino a quando non sono riuscita a conciliare lavoro e passione nella possibilità di dedicarmi all’economia del territorio e scrivere e realizzare progetti in campo ambientale. Quando sono circondata dalla natura, sento di avere tutto ciò che mi serve. Classe 1968, posso finalmente guardami indietro ed affermare che c’è un filo rosso nelle nostre vite, che seguiamo anche quando non ce ne accorgiamo, perché, come diceva Confucio, tutte le strade portano verso te stesso.

 

Le vostre mamme, negli anni ’60 e ’70, hanno lottato in famiglia e partecipato alle manifestazioni di piazza per contestare la cultura maschilista che le voleva a casa ad accudire piccoli ed anziani. Molte sono state le conquiste femminili degli ultimi 50 anni ma si avverte ora una sorta di arretramento che la pandemia ha reso ancora più evidente. Quali iniziative, Covid permettendo, potrebbero ridare vigore ad un impegno pubblico delle donne?

 

Il futuro appare sempre come uno scenario troppo lontano. Fa subito pensare a una conquista talvolta persino a un riscatto. Come se il presente fosse solo una fase transitoria in cui ognuna di noi assomiglia alla carrozza di un treno che viaggia verso l’appagamento e le esperienze compiute. E invece, il futuro non è altro che un oggi dopo l’altro. Pertanto, non voglio fare una previsione su come m’immagino il futuro delle mie coetanee, perché sennò mi sembrerebbe di star facendo loro un augurio. Un’accortezza gentile, sì, ma nei fatti poco concreta. A causa del Covid, a perdere il lavoro sono state innanzitutto le donne: per come lo leggo sui giornali, il ruolo della donna nella società è continuamente percepito come una lacuna. Eppure, nella mia (ancora poca) esperienza, essere donna non è mai stato un problema: ho raggiunto ciò che volevo raggiungere senza troppe difficoltà. Pertanto, sono del parere che il binomio uomo-donna stia davvero diventando una questione troppo ridondante. Una cantilena. Credo si sia persino perso il senso di questo confronto. Io non sono né per la parità e né per il sorpasso. Né tantomeno per la rivendicazione di genere. Io sono per l’unicità di ognuno.


Cinzia Petrignano difende i diritti degli ultimi

Cinzia PetrignanoSono nata a Canosa di Puglia 31 anni fa. Dopo la maturità classica al Liceo Staffa di Trinitapoli, ho intrapreso gli studi in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Foggia, dove ho conseguito la laurea magistrale nel 2016. Dopo aver ottenuto l’abilitazione alla professione di avvocato e dopo la cerimonia del giuramento nel marzo 2018, ho deciso di aprire, in autonomia, uno studio a San Ferdinando di Puglia nel quale mi occupo di diritto civile, diritto del lavoro e diritto dell’immigrazione. La propensione alla cura ed ai bisogni degli ultimi, in particolare, mi hanno portata a scegliere di occuparmi, nella mia vita professionale, di diritto del lavoro e di immigrazione. Questa stessa propensione mi ha condotto nel 2017, dopo essere stata eletta segretaria cittadina del Partito Democratico nel 2015, a rassegnare le dimissioni in concomitanza con l’approvazione del Jobs Act provvedimento, a mio giudizio, assolutamente demolitorio delle conquiste dei lavoratori e deleterio per le battaglie che la classe operaia dovrà ancora affrontare in futuro.

 

L’Italia, come tanti altri paesi del mondo, non ha mai avuto presidenti della Repubblica e del Consiglio donna. Nelle istituzioni la presenza femminile è assicurata dalle “quote rosa” e dalla “doppia preferenza”. Desidero rivolgere una domanda provocatoria ad una ex segretaria politica di un partito: è sempre colpa dello strapotere degli uomini?

 

Se è vero, come è vero, che la legge non è null’altro se non la cristallizzazione del pensiero della società in un determinato momento storico, azzarderei che, più che di fronte ad un problema di tipo legislativo, ci troviamo di fronte ad un problema di tipo sociologico. Le rivendicazioni, insomma, vengono ancor prima della legge scritta. Affinché la legge sia efficace, è necessario che le rivendicazioni la precedano. Oltre che di segregazione verticale ovvero della mancanza di donne, specie in Italia, in posizioni di prestigio -, occorrerebbe parlare anche della segregazione orizzontale ovvero della mancanza della presenza femminile in alcuni specifici settori. Il punto mi sembra essere il fatto che, per il femminismo mainstream, i problemi delle donne sono rappresentati dalla depilazione, dal body shaming (commenti sul corpo via social) o dalla libertà di sdoganare il tabù riguardante il ciclo mestruale.

Tutti temi importanti, per carità. Ma le femministe dell’ultima ora ignorano che i problemi che abbiamo come genere non sono solo quelli o, perlomeno, non lo sono certamente in maniera primaria. Tutti, uomini e donne, dobbiamo comprendere che la lotta per la parità di genere non ha senso se non si accompagna alla lotta per l’equità sociale. Pertanto ci troveremo sempre a gioire per l’elezione di una donna alla guida del Ministero della Giustizia senza nemmeno pensare che, per quanto possiamo non condividerne le idee, quella donna ha le competenze per ricoprire quel ruolo. Esattamente come ce le avrebbe un uomo con lo stesso curriculum. Per concludere, le quote rosa nascono come provvedimento temporaneo per colmare la discriminazione uomo-donna negli incarichi di rilievo, ma finché non avvieremo seriamente la battaglia culturale a cui ho fatto cenno, delle quote rosa avremo sempre bisogno, anche se in teoria personalmente non le gradisco. Sta a noi, e solo a noi, far sì che diventino inutili.

 

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